Il classico sabato sera al lavoro. Conversazioni e bisogni altrui spengono il mio pensare.
Una ragazza tiene in braccio il suo minuscolo chihuahua e accarezzandolo racconta di desideri modaioli.
Un ragazzo intrattiene i suoi amici imitando un sommelier.
Un ragazza cena con un ragazzo. Ogni suo movimento è pura seduzione. Il suo sguardo malizioso è messo in evidenza da una frangetta che le copre parte della fronte. Parla. Si morde le labbra. Mangia con la stessa voracità con cui mangerebbe lui. Mi guarda. Mi sorride. Il suo sguardo, i suoi modi non mi lasciano indifferente.
La desidero per qualche istante.
Sarà lei?!?
Il mio pensiero torna a Andrea. Domande sciocche iniziano a sovrastare i rumori di fondo. Oggetti che mi scivolano dalle mani improvvisamente iniziano a assumere significati improbabili: “mi starà pensando?” oppure “mi desidera al punto di mandare la sua compagna a ‘conoscermi’?”.
Decisamente irreale.
A casa mentre mi preparo una caipirinha, cerco di soffermarmi su quanto è capitato. Faccio fluire pensieri ai quali cerco di dare un ordine.
Leggo un racconto su un blog. Ne assaporo le parole.
L’incipit è eccitante.
Poi.. La fibia della cintura di lui fa sanguinare il volto di lei. Il dolore del 'carnefice' mi rattrista.
La pelle ci protegge dalle aggressioni del mondo esterno. E' possibile riuscire a abbandonarsi nuovamente tra le mani che hanno anche solo lievemente attaccato tale protezione?
Io non ci sono riuscita.
Focalizzo la mia attenzione sul lato positivo della vicenda: ho smesso di farmi scegliere e ho imparato a scegliere.
E questo è già un ottimo inizio.
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