venerdì 14 maggio 2010

Cammin facendo

L'universitaria frustrazione si sta facendo largo in me. Noncurante delle condizioni metereologiche avverse, decido di ricorrere a un metodo molto efficace che adottavo al liceo: seguire i miei passi, senza meta precisa.
Poso in macchina i libri, punto la sveglia sul cellulare, metto la borsa a tracolla. Mi guardo attorno.
Nord, sud est o ovest?
Todo recto!
Corso San Maurizio, attraverso piazza Vittorio; Via della Rocca, saluto Filippo, il custode di uno dei palazzi dove sogno di trasferirmi, quindi a destra lungo Via Mazzini.
Poi, con immenso stupore mi dirigo verso San Salvario.
Per un paio di anni sono diventata sorda a quel richiamo. Sarà stato l'essermi tanto 'infighettita' e conseguentemente inaridita? Irrilevante.

Mi guardo intorno. Nonostante l'architettura sia nota, le cromie delle vetrine, i suoni, gli odori ma soprattutto i ritmi rallentati mi fanno sentire lontana da casa.
Un gruppo di ragazzi senegalesi si offre di accompagnarmi. Sorrido e cortesemente rifiuto.


Un piccolo ristorante indiano colpisce la mia attenzione.
L'arredamento è molto spartano: qualche tavolo privo di tovaglie, alle pareti tappeti ricamati, qualche lampada. A servire un uomo affascinanate. Le sue fattezze sono diverse da tutti gli indiani che ho visto. Ha i capelli neri, leggermente mossi, profondi occhi cerulei, mani curate e grembiule lungo bordeaux. Proviene da una cittadina leggermente più a nord rispetto al Rajastan.
Lentamente mi racconta e mi mostra i piatti della sua tradizione e i relativi accompagnamenti.
Mentre compone il piatto aggiunge delle altre specialità dicendo ogni volta "così 'saggi". Il suo parlare incerto e pacato rende i miei occhi sorridenti.
Mi tiene compagnia mentre mangio. Mi chiede come mai non sia mai stata in India. Nel sentire che l'unica ragione è fondamentalmente la paura mi propone di tornare a mangiare da lui così mi abituerò ai sapori della sua terra e non avrò paura. Il suo candore è incantevole! Sorrido e acconsento. Con orgoglio mi porta quindi un chapati.
Prima di andare via mi chiede di aspettare qualche istante perchè ha fatto preparare del chai, un te con aggiunta di latte, cardamomo e cannella. Lo beviamo insieme e chiaccheriamo
.

Lasciandomi alle spalle quell'angolo di India penso a un tema trito e ritrito: immigrazione e integrazione.
Perchè non riusciamo accettare il fatto che la nostra sia una società sempre più multietnica?
Quando conosciamo una persona la accettiamo per quello che è. Cerchiamo di mettere in risalto i suoi pregi e di minimizzare i difetti. Diamo il nostro sostegno per aiutare a superare le debolezze e le lacune.
Perchè non riusciamo a estendere questo modo di agire alla società intera?
Aristotele (384/3 a.C. – 322 a.C.)
ne 'La politica' scrive che "chi è incapace di vivere in società, o non ne ha bisogno perché è sufficiente a se stesso, deve essere una bestia o un dio."
Non credo sia così semplice catalogare; spesso noi uomini scegliamo la strada che richiede il minimo sforzo ma che, in questo caso, non porta alla massima resa.
Allontanarsi dalle sicurezze che la nostra educazione fornisce e iniziare a pensare che esistono anche altri modi di affrontare la quotidianità altrettanto 'giusti' può destabilizzare.
Forse per me parlare, scrivere è facile. Tutto questo in me è naturale. In fondo vivo in un microcosmo felice.

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